Le agenzie di rating escono molto male dalla crisi.
Hanno giurato sulla solidità di Lehman Brothers, fino a poche ore prima del tracollo.
Però non vengono mai chiamate alla cassa.
Un movimento contro di loro si sta profilando.
Ma la loro assenza sconcerta i capi della tesoreria dei vari Stati (in Svizzera dei vari Cantoni) che non sanno più con che criterio piazzare le eccedenze di liquidità transitoria dovute alle scadenze fiscali.
All’UBS con un certo interesse ma con un rating basso, oppure alla Posta (garantita dallo Stato) senza rating, ma senza interessi?
Nella trasmissione 1/2 ora condotta da Lucia Annunziata su RAI3, il Ministro italiano del Tesoro Giulio Tremonti ha annunciato di avere invertito l’onere della prova.
Ogni italiano con soldi all’estero sarà presunto evasore, salvo prova del contrario.
Intanto un nuovo scudo fiscale è allo studio.
Vogliono svuotare le banche svizzere e in particolare quelle del Cantone Ticino.
Non è la prima volta che ci provano.
Finora non ci sono mai riusciti. L’investitore italiano è sempre stato molto diffidente verso i suoi governi, e quindi lo scorso scudo fiscale fu un mezzo flop.
Come andrà questa volta?
Dopo una lunga gestazione l’Ombudsman si è svegliato.
Se lo abbiamo criticato in passato per la sua lentezza, per la qualità dobbiaamo dire il contrario.
In una ottima lettera inviata ai risparmiatori che ancora non hanno ricevuto giusto risarcimento, l’Ombudsman lascia trapelare che a certe condizioni potrebbero anche vincere un processo.
Ne daremo conto non appena avremo il tempo per respirare.
Avanti!
Quanti sono i soldi italiani depositati in Svizzera e in Ticino (Lugano in particolare)?
Prendiamo i dati del 2002 per essere neutri.
“La stragrande maggioranza dei capitali italiani all’estero è depositata in Svizzera: ben 400 miliardi di euro su 550. Di questo importo, circa 250 miliardi sono gestiti sulla piazza finanziaria ticinese”.
Recentemente il ministro italiano Tremonti ha attaccato il sistema bancario svizzero accusandolo di aggirare l’obbligo di pagare l’Euroritenuta.
Cos’è l’Euroritenuta?
In breve è una tassa che le banche dovrebbero prelevare sugli averi dei cittadini stranieri depositati presso di loro per poi versarla anonimamente agli Stati dei contribuenti (qualora il cittadino straniero volesse approfittare dell’anonimato garantito dal segreto bancario vigente in taluni Paesi tra cui la Svizzera).
Eccola più precisamente:
“Considerato che, le nuove disposizioni trovano applicazione a decorrere dall’1.7.2005, la misura della ritenuta è così differenziata:- dall’1.7.2005 al 30.6.2008 aliquota del 15%;
- dall’1.7.2008 al 30.6.2011 aliquota del 20%;
- dall’1.7.2011 aliquota del 35%.
Lo scopo dell’euroritenuta è di “garantire un’imposizione minima effettiva sui redditi da risparmio in forma di pagamento di interessi” e può essere considerata il “costo” dell’anonimato per il beneficiario, in quanto l’agente pagatore non effettua alcun scambio automatico di informazioni”
Che qualcosa non funzionasse nell’applicazione dell’Euroritenuta in Svizzera (o che qualcuno facesse il furbo) lo si era capito subito.
Franco Citterio, il direttore dell’Associazione Bancaria Ticinese, ha subito scritto che i conti non tornavano.
Già dai risultati del primo semestre di applicazion dell’Euroritenuta gli analisti si sono accorti che qualcosa non funzionava: infatti le tasse-Euroritenuta trasferite in Italia erano molto inferiori del 15% dei redditi maturati dai capitali “italiani” depositati nelle banche Svizzere.
Tuttavia a quel momento la Svizzera non avrebbe mai immaginato di trovarsi al centro degli attacchi di molti Paesi con le casse vuote, e ha reagito cion un’alzata di spalle.
Se l’Euroritenuta era stata mal concepita non erano affari suoi.
Infatti cosa hanno subito fatto molte banche?
Hanno ”de-europeizzato” e quindi “de-italianizzato” (più o meno fittiziamente) i capitali in deposito, trasferendoli in strutture societarie extraeuropee (società, fondazioni, assicurazioni sulla vita, etc) esenti dall’Euroritenuta.
L’eccezione ha poi assorbito la regola e il segreto è diventato di Pulcinella.
Ecco la ragione della domanda posta da Tremonti al governo Svizzero, che in parole povere suona così.
“… vi risulta per caso che qualche italiano con soldi nel vostro Paese abbia pensato bene, magari su consiglio di qualche vostro istituto di credito, girare il suo capitale in qualche contenitore giuridico esente dall’Euroritenuta?”
Domanda retorica poichè Tremonti (e il governo italiano) conoscono già la risposta.
Al Consiglio Federale risulterà molto difficile rispondere
“a noi no! Non riusciamo nemmeno a capire cosa intenda questo ministro Tremonti”
Al momento della negoziazione dell’EURORITENUTA il governo svizzero ha manifestato tutta la sua debolezza.
Infatti è sempre meglio resistere alle pressioni, che negoziare un accordo internazionale già sapendo che lo si potrà tranquillamente violare sfruttandone le lacune.
Perchè, quando poi ti prendono con le mani nella marmellata, uscire dall’imbarazzo richiede enormi doti di equilibrismo.
Già a dicembre 2008, il nostro blog aveva già ipotizzato che il Credit Suisse fosse massicciamente coinvolto nel patrimonio della Kaupthing Bank, la banca islandese scioltasi come neve al sole.
Il 24 novembre 2008 la District Court of Reykjavik ha decretato la moratoria concordataria della Kaupthing Bank, ciò che lascia di fatto poche speranze ai creditori (se non è un fallimento – come dicono su a Reykjavik – non pensiamo che ci rassomigli molto).
Tra le altre cose, nel 2005 il Credit Suisse aveva concesso alla Kaupthing Bank un prestito di ben € 12′000′000′000 (avete capito bene: 12 miliardi di euro) che poi aveva frammentato e venduto ai suoi clienti, che ora hanno perso tutto.
Il Credit Suisse tenta di scagionarsi con i soliti argomenti secondo i quali da una parte il cliente (e solo il cliente) è responsabile delle perdite in materia di Private Banking e, dall’altra, le agenzie di rating S6P e Moody’ hanno valutato positivamente questo prestito (A+ o A1).
Ci sono diverse obiezioni a questo ragionamento:
1) Questa crisi ha dimostrato che le agenzie di rating non sono per nulla affidabili, se non sono addirittura manovrate e manovrabili (quello che hanno fatto con la Lehman Brothers lo dimostra).
2) Trattandosi di un Private Placement (prestito privato), non c’era mercato e il Credit Suisse era l’unico Market Maker a fissare il valore delle quote del prestito.
3) Il Credit Suisse piazzava queste “fette” di prestito ai suoi clienti, senza informarli che l’ammontare totale del credito era di ben 12 miliardi di Euro, cioè decine di volte il guadagno annuo medio della Kaupthing.
Insomma, il Credit Suisse ha di nuovo venduto ai suoi clienti come graniticamente sicuro un prodotto in realtà molto friabile.
In questo caso i clienti nemmeno avrebbero potuto accorgersene.
E di clienti impantanati nella Kaupthing Bank il Credit Suisse deve averne moltissimi.
La FEDERCONSUMATORI di Como sta facendo da apripista in Italia nella causa contro le banche italiane o straniere, ma con sedi in Italia, che hanno venduto obbligazioni e assicurazioni garantite dalla banca d’affari americana fallita lo scorso settembre.
Presso la FEDERCONSUMATORI di Como si erano rivolto 52 risparmiatori gabbati.
Staremo a vedere.
Il Corriere del Ticino del 4 giugno pubblica un sondaggio d’opinione sulla nostra proposta di inserire un articolo nella Costituzione federale Svizzera per proteggere e garantire il mantenimento del segreto bancario.
Ecco l’opinione generale che ne scaturisce
“Il segreto bancario va difeso, anche se ciò dovesse avere ripercussioni negative sulle relazioni della Svizzera con gli altri Paesi, e andrebbe ancorato nella Costituzione federale: sono queste le principali indicazioni emerse dal sondaggio di opinione realizzato per il Corriere del Ticino”.
I più scatenati sono soprattutto i giovani. Era prevedibile.
Per ciò che concerne i dati dei clienti UBS trasmessi agli USA, il sondaggio mostra che l’opinione pubblica non è stata informata correttamente (se volutamente o non non lo sappiamo). Ecco cosa hanno risposto.
“Dati forniti agli USA – La consegna alle autorità statunitensi dei dati relativi ad alcuni clienti americani dell’UBS è stato un dovere o una resa? Chiara la valutazione delle persone interpellate. Per una confortevole maggioranza (58,8%) questo passo va giudicato «piuttosto come una resa»; solo il 28,6% ritiene che sia stato un dovere, mentre il 5,5% pensa che si sia trattato sia di un dovere, sia di una resa. Il 7,1% non ha saputo esprimere un giudizio. Per fasce d’età, è soprattutto chi ha 55 o più anni a giudicare la trasmissione dei dati una resa (63,1%). Per aree politiche, tra i cittadini UDC il 75,4% e tra i leghisti il 72,1% parla di resa, mentre tra i socialisti la quota scende al 50,5% e tra i Verdi al 48,9%”.
Nessuno ha infatti capito che in questo caso, con la colpevole negligenza (perlomeno) dei vecchi dirigenti UBS, alcuni yuppies non avevano trovato di meglio che organizzare in loco (cioè in America) una rete illegale di esportazione di capitali, appositamente camuffati.
Ciò è riprovevole, ma era vietato fino dal 1977, data dell’entrata in vigore della Convenzione di diligenza delle banche promulgata dall’ Associazione Svizzera dei Banchieri e dalla Banca Nazionale.
Per questa ragione, a nostro avviso, le autorità della Confederazione hanno sbagliato a non rendere pubbliche le sanzioni che avranno adottato (peggio se non ne hanno adottato).
Molti avevano previsto il fallimento di Lehman Brothers. Davvero il Credit Suisse non sapeva nulla?
Nell’edizione 2008 dell’Ira Sohn Conference, evento benefico per raccogliere fondi per la lotta contro il cancro, David Einhorn sfruttò i suoi 10 minuti sul palco per dire che Lehman Brothers era ormai sull’orlo di un precipizio. Quattro mesi dopo, Lehman fallisce trascinando il mondo nel panico finanziario.
David Einhorn, è un giovane speculatore americano presidente, tra l’altro, del hedge fund Greenlight Capital.
Che cos’è il segreto bancario? Quali sono le regole in vigore per le banche svizzere? Perchè i governi degli Stati Uniti e dei principali Paesi europei esercitano con toni mai uditi nel dopoguerra una pressione violenta sulla Svizzera affinchè il segreto bancario venga abolito?
Il testo dell’iniziativa popolare per ancorare la garanzia del segreto bancario nella Costituzione federale della Svizzera l’ho scritto io.
È ciò che rivela un’intervista apparsa sull’edizione del Mattino della domenica del 31 maggio 2009.
Lo scorso febbraio sono stato interpellato per concepire il testo dell’iniziativa costituzionale lanciata dalla Lega dei Ticinesi e dall’Unione Democratica di Centro.
I promotori mi hanno chiesto di stampare nella Costituzione della Svizzera alcuni principi chiari come il sole che fungessero da direttiva per il governo (Consiglio federale) nelle trattative con gli altri Paesi e per il parlamento nella promulgazione delle leggi.
Il testo dell’iniziativa (che avevo subito pubblicato sul mio sito web) è stato approvato formalmente dalla Cancelleria federale che ha eseguito una (imprecisa) traduzione in tedesco e francese.
Giovedì 28 maggio anche l’Associazione Bancaria Ticinese ha deciso di appoggiare l’iniziativa costituzionale cosicchè la raccolta delle 100′000 firme necessarie dovrebbe essere completata già entro alcuni mesi.
Poi il popolo dovrà votare. Sarà una battaglia all’ultimo sangue, poichè in Svizzera per modificare la Costituzione non ci vuole soltanto la maggioranza dei votanti, bensi il popolo deve essere in maggioranza anche nei singoli cantoni. Su 25 cantoni che formano la Svizzera federale almeno 13 devono approvare l’iniziativa.
La Costituzione svizzera contiene molti diritti fondamentali del cittadino (dignità umana, diritto alla vita, liberà di credo e di coscienza, libertà d’opinione e d’informazione, etc). Fra questi figura la protezione della vita privata e familiare, del segreto della corrispondenza e dei dati personali del cittadino.
Ho quindi aggiuntola protezione della segretezza dei dati patrimoniali all’interno di questo diritto costituzionale fondamentale.
Contrariamente a un’opinione molto diffusa fuori dalla Svizzera, il segreto bancario non favorisce il deposito di somme di origine criminale nelle banche. Dall’entrata in vigore della Convenzione di diligenza nel 1977, le banche eseguono controlli minuziosi (talvolta persino irritanti) prima di accettare somme in deposito e i casi dubbi vengono immediatamente denunciati.
Ovviamente non sempre tutto fila liscio, ma l’accettazione di soldi sporchi costituisce un eccezione che viene denunciata come malversazione.
La regola è che le banche vogli0no e devono stare lontane dalla criminalità economica.
Ho partecipato a numerosi procedimenti giudiziari in materia bancaria e – da un’ottica assolutamente indipendente e spesso anche molto critica – posso testimoniare del grande sforzo delle banche svizzere nella lotta contro il riciclaggio di denaro sporco.
Dalla metà degli anni ‘70 le banche svizzere hanno sottoscritto l’obbligo di non recarsi attivamente nei paesi stranieri per collaborare al trasferimento di capitali in Svizzera. Questo impegno purtroppo non è stato sufficientemente seguito e il caso UBS lo dimostra drammaticamente: non si sa se per delirio d’onnipotenza, senilità o infatuazione, sta di fatto che i massimi dirigenti dell’era Ospel hanno perlomeno tollerato che loro dirigenti americani organizzaassero da laggiù le frodi fiscali di alcuni ricconi.
Questo atteggiamento illegale ha naturalmente scatenato la (giusificata) reazione americana e tutto il sistema bancario svizzero è finito nella bufera. È poco comprensibile per me che le autorità giudiziarie e bancarie svizzere non abbiano fatto nulla per punire i responsabili di questi gravi intrallazzi.
Pare al contrario che si sia persino barattato con gli Stati Uniti il proscioglimento di questi dirigenti irresponsabili in cambio delle rivelazione dei nomi dei clienti.
Questo atteggiamento ha potuto fare pensare che l’assistenza attiva all’esportazione di capitali sia la regola in Svizzera. Se invece le autorità fossero intervenute contro i responsabili UBS che hanno organizzato i trasferimenti patrimoniali illegali, il messaggio al resto del mondo sarebbe stato chiaro.
Medesimo discorso vale per Francia, Germania, Stati Uniti, etc.
La Svizzera non incolpa gli altri Stati quando i suoi cittadini aprono conti all’estero, e non si capisce perchè la reciprocità non dovrebbe funzionare.
L’impiegato di banca che apre un nuovo conto, applica tutte le regole sulla provenienza lecita dei fondi, ma non è suo compito richiedere al cliente un certificato ufficiale attestante che le tasse sono state pagate in tutti i paesi del mondo in cui lo stesso è o può essere soggetto fiscale.
Non è compito delle autorità svizzere, tantomeno delle banche svizzere rimpiazzare l’autorità fiscale estera competente.
La Svizzera non è un paradiso fiscale poichè gli Svizzeri sono tartassati dalle tasse come – se non più – dei cittadini degli altri Paesi.
I posti di lavoro direttamente o indirettamente legati al settore bancario sono almeno 200′000.
I banchieri e i politici ottimisti dicono che l’abolizione del segreto baancario non pregiudicherebbe la piazza finanziaria Svizzera.
Altri rispondono che invece il tasso di disoccupazione salirà dal 4% al 10% e che ci ritroveremmo con milioni di disoccupati come gli altri paesi d’europa.
In realtà nessuno ha la boccia di cristallo e bisogna diffidare dei sapientoni che parlano dall’alto delle loro cattedre e dei loro Consigli d’amministrazione.
Gli iniziativisti hanno preferito non rischiare sulla pelle degli altri.
Non ne guadagnerebbe nessuno; neppure i Paesi stranieri che non risolveranno la loro crisi sbranando la Svizzera.
Da questo punto di vista il disprezzo mostrato dal ministro delle finanze tedesco Peer Steinbrück e le minacce del ministro francese del budget Erich Woerth non possono che provocare una reazione d’orgoglio.
Dopo l’accordo strappato al Credit Suisse non si è evidentemente risolto tutto l’universo.
Innanzitutto la distribuzione degli strutturati Lehaman Brothers non è stata fatta soltanto dal Credit Suisse e alcune altre banche dovrebbero essere indotte a reagire.
Inoltre l’accordo comprende soltanto i prodotti strutturati, ma non le obbligazioni della Lehman. I possessori di questi titoli per ora sono ai piedi della scala.
Infine c’è il grosso problema della Kaupthing Bank.
Il Credit Suisse ha fatto alcuni Privat placement che poi ha fatto sottoscrivere ai suoi clienti.
In parole povere. il Credit Suisse ha prestato una grossissima somma a questa banca islandese e poi ha ditribuito – ritagliato a pezzettini – questo prestito ai suoi clienti.
Fallita la Kaupthing Bank i clienti sono rimasti con … la pepa tencia in mano….
Vedremo cosa si può fare.