Alcuni miei clienti stanno allegramente scudando (parte dei) loro averi.
Serve per aumentare la ricchezza ostentata in Italia e talvolta per sviluppare la loro attività.
Un piccolo industriale di Torino ha appena rimpatriato € 2′600′000, mentre
un commerciante di fiori all’ingrosso ha “regolarizzato” € 3′000′000, dopo avere già approfittato del precedente scudo fiscale allorquando aveva scudato € 2′300′00o provenienti dalla vendita delle azioni di una delle sue aziende.
È interessante notare che gli ultimi € 3′000′000 sono stati in gran parte accumulati dopo l’ultimo scudo fiscale.
Il precedente scudo fiscale non gli aveva fatto passare la voglia di evadere il fisco, anzi lo aveva incentivato ad accumulare i suoi guadagni all’estero (in questo caso nel cantone Ticino) in attesa che il parlamento italiano promulgasse l’abituale ultima sanatoria eccezionale.
In 10 anni l’Italia ha varato un condono tombale (che ha coperto tutti i reati fiscali dal 1997 al 2003; cf. art. 9 Legge 289/2002) e tre scudi fiscali.
Non c’è ragione di credere che il governo italiano voglia cambiare questo modo di gestire la fiscalità.
Aliquote molto alte, ma temperate da sanatorie triennali per permettere agli evasori di regolarizzare la loro posizione.
Avendo usufruito dello scudo fiscale, i miei clienti non sono più evasori fiscali.
In realtà, dal punto di vista del diritto sostanziale non lo sono mai stati; hanno semplicemente gestito oculatamente il provento della loro attività, aspettando il momento giuridicamente più favorevole per regolarizzare le annualità pregresse.
Dal momento che tutti sanno che a scadenze regolari l’Italia promulga dei meccanismi di dichiarazione dei redditi a buon mercato, risulta lecito sintonizzare la comunicazione dei propri guadagni al fisco con il sopraggiungere di queste scadenze.
Negli ultimi 15 anni, i miei clienti hanno così potuto sviluppare ottime aziende, che danno lavoro e creano ricchezza in Italia, senza mai pagare le imposte (salvo il 4% una volta e ora il 5% di imposta sostitutiva sulle somme rimpatriate).
Un privilegio che i miei clienti svizzeri non hanno ancora ottenuto.
L’accettazione da parte della Svizzera dell’art. 26 del modello di convenzione OCSE agita il dibattito sul segreto bancario.
Nello spirito di questo blog, cerchiamo di spiegare in modo semplice ma rigoroso di cosa si tratta.
L’OCSE, cioè l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (in inglese OECE) è un’organizzazione internazionale di Stati sovrani sorta dopo la seconda guerra mondiale con lo scopo di gestire gli aiuti americani alla ricostruzione (il cosiddetto Piano Marshall).
Con il passare degli anni, l’OCSE ha assunto nuovi compiti e si è allargata dapprima agli USA e al Canadà e più recentemente ad alcuni paesi del ex blocco comunista.
Il suo scopo principale è l’integrazione e la cooperazione economica e finanziaria tra i maggiori paesi dell’ Occidente.
Nel quadro dei suoi nuovi compiti, l’OCSE ha promulgato alcuni modelli di convenzione internazionale, che gli Stati possono adottare qualora decidano di disciplinare una determinata materia transfrontaliera.
Questi modelli non sono dei testi di legge e non hanno nessun valore giuridico fino a quando gli Stati non decidono di servirsene per regolare i loro scambi.
L’utilizzazione da parte di un gran numero di Stati dei modelli di convenzione preconfezionati dall’OCSE, facilta la pratica quotidiana degli amministratori. Costoro potranno infatti trovare esempi e spiegazioni (dottrina) uniformi e abbondanti.
La standardizzazione è sempre efficace; è la ragione per la quale si parla di STANDARD OCSE.
Fra i modelli di convenzione preconfezionati dall’OCSE c’è anche la famosa OECD model tax convention on Income and on Capital, detta anche Modello OCSE di Convenzione contro le doppie imposizioni, oppure Modello di Convenzione Fiscale OCSE.
Questo modello di convenzione internazionale è stato adottato da numerosi Stati in 3′000 trattati internazionali, per disciplinare i rapporti fiscali dei cittadini che posseggono capitali o acquisiscono redditi in più nazioni.
All’articolo 26, il modello di convenzione OCSE disciplina lo scambio di informazioni tra le amministrazioni fiscali degli Stati contraenti; di fatto lo Stato di un cittadino contribuente potrà chiedere all’autorità fiscale di un altro Stato se questo cittadino non possegga anche in questo Stato beni patrimoniali, magari non menzionati nella dichiarazione dei redditi.
Certo uno Stato non potrà semplicemente spedire in blocco agli altri Stati contraenti la lista di tutti i suoi soggetti fiscali (la cosiddetta fishin expedition, cioè la pesca indisciminata di informazioni), ma dovrà disporre di elementi concreti rigurdanti l’esistenza di possibili beni all’estero.
Non bisogna però farsi troppe illusioni; l’esperienza insegna che tali limitazioni generali sono difficilmente applicabili, e che di conseguenza lo Stato richiesto risponde quasi automaticamente alle domande d’informazione delle autorità fiscali dello Stato richiedente.
Finora Svizzera, Austria, Belgio e Lussemburgo avevano contrapposto una riserva contro questo articolo, dichiarando di non volerlo applicabile poichè incompatibile con il loro diritto interno.
A partire dal mese di marzo di quest’anno si sono tuttavia impegnati a ritirare questa riserva.
Il Consiglio federale (governo) – nella fretta di uscire dalla lista grigia dei Paesi non collaborativi, e senza nessuna delega nè parlamentare nè popolare – si è arrogato il diritto di affermare che d’ora in poi anche la Svizzera applicherà l’art. 26 del modello di convezione OCSE .
Per fare digerire ai cittadini questo cambiamento epocale, governo e varie associazioni continuano a ripetere, con grossi mezzi propagandistici, che non cambierà nulla.
Non siamo di questo parere.
Finora, la divisione un po’ manichea fra frode fiscale, che permetteva lo scambio d’informazioni, e elusione fiscale, che non lo permetteva, apriva le porte soltanto al giudice penale.
La frode fiscale (cioè la sottrazione fiscale tramite l’allestimento di documentazione e di contabilità falsi), essendo un reato penale, costringeva la Svizzera a prestare assistenza a Stati esteri richiedenti.
Con l’adozione dell’art. 26 del modello OCSE, che prevede lo scambio di informazioni anche quando un cittadino ha semplicemente omesso di dichiarare una parte dei suoi redditi o dei suoi capitali (senza mettere in piedi raggiri truffaldini), anche l’autorità fiscale estera (e non più soltanto il giudice penale) potrà bussare alle porte delle banche svizzere (tramite il fisco svizzero).
Una piccola differenza dalle grandi conseguenze.
Infatti il diritto penale vieta l’interpretazione estensiva o per analogia dei concetti giuridici, ciò che al contrario permette il diritto amministrativo.
Per questa ragione, riteniamo che le garanzie del cittadino di sottoporre a un giudice il suo caso personale (prima di spedire i suoi dati patrimoniali all’estero) resteranno sulla carta.
È la critica che abbiamo espresso in un articolo divulgativo.
Lo scudo Tremonti ha finalmente attraversato il Gottardo e gli gnomi zurighesi cominciano a chiedersi se gli alti lai che provengono dal sud delle Alpi siano i soliti piagnistei dei ticinesi, oppure non nascondano problemi epocali.
Alla ricerca di risposte, il Tagesanzeiger – il più importante quotidiano della Svizzera – il 31 ottobre 2009 ha fatto l’onore della prima pagina alle nostre opinioni.
Sotto il titolo I banchieri sono i primi responsabili dei loro guai ha pubblicato una nostra intervista di cui riportiamo alcuni passaggi:
Avvocato Rossi, in Ticino si fanno sempre più forti le critiche contro il Consiglio federale; il Ministro Hans-rudolf Merz non avrebbe fatto nulla. È vero tutto ciò?
La realtà é diversa da come la descrivono le autorità ticinesi. La classe politica e i banchieri sono i primi responsabili del pasticcio in cui si sono cacciati. Da mesi il Ministro Tramonti va in giro a dire che la Svizzera e il Ticino sono la caverna di Ali Babà, mentre le nostre banche sono i quaranta ladroni. Con tipica superbia ticinese, il Ministro Tremonti non è stato preso sul serio. E improvvisamente, adesso che la crisi si è fatta acuta, cominciano le lamentele della politica. Adesso corrono a Berna per denunciare l’inattività del Presidente della Confederazione. Tuttavia loro stessi hanno sottostimato il pericolo, nè più nè meno del Consiglio federale.
Comunque l’altra settimana c’è stata la fuga in avanti di Fulvio Pelli, che ha pubblicato una lettera aperta sul Corriere della Sera .
L’offensiva di Fulvio Pelli è stata corretta e ben intenzionata; tuttavia in Italia è stata sbeffeggiata. Un giornalista si è persino chiesto, come mai Pelli dovesse scrivere una lettera aperta. Se il Presidente del Partito Liberale-Radicale Svizzero godesse soltanto di un pochino di influenza, si sarebbe messo direttamente in contatto con Tremonti. Tuttavia, di tutta evidenza Pelli non possiede il numero di cellulare del Ministro del Tesoro italiano.
Si può dire che in generale alla Svizzera mancano persone di contatto in Italia?
Certamente. Si può addirittura dire che la Svizzera in Italia proprio non esiste. Il posto di ambasciatore a Roma è vacante da mesi. Anche per questa ragione si sarebbe dovuto già da molto tempo attivare una task force per affrontare i problemi che aparivano all’orizzonte. Tuttavia, allorquando la richiesta di rafforzare la presenza svizzera in Italia si è fatta pressante, gli organi ufficiali, statali e para-statali, hanno risposto con un alzata di spalle.
Che misure potrebbe adottare la Svizzera contro gli attacchi di Tremonti?
La Svizzera ha appaltato lavori di costruzione per miliardi a ditte italiane. Nei giochi di potere si potrebbero mettere a repentaglio questi appalti.
Si, ma la legge sulla concorrenza sleale impedisce di discriminare i concorrenti stranieri.
Naturalmente. Ciò non significa tuttavia che non si possano utilizzare questi appalti come mezzo di pressione. Su questo piano, del resto, neppure gli italiani si mostrano schizzinosi nei riguardi degli svizzeri. Occorre fare capire a queste grosse imprese, che godono dei migliori contatti con il governo italiano, che i loro appalti non sono per nulla assicurati.
Tramonti si lamenta che la piazza finanziaria ticinese aggira l’Euroritenuta con metodi sleali. Ha ragione?
Certo. Tutte le banche situate nel Ticino aggirano sistematicamente e da anni l’Euroritenuta. Queste pratiche devono cessare. Quasi tutti gli italiani che hanno un conto bancario in Svizzera, versano i loro soldi su una società o un’assicurazione non sottoposta all’obbligo di pagare la tassa prevista dal trattato sull’Euroritenuta. Per questo Tremonti ha denunciato queste pratiche. Gli italiani sanno perfettamente quanti capitali italiani sono depositati in Ticino. E si accorgono che gli svizzeri retrocedono troppe poche tasse. Non c’è dunque nulla da meravigliarsi se gli italiani si sentono presi per i fondelli.
….
Il governo svizzero (Consiglio federale), preso atto che
“l’Italia sta esercitando pressione sulla piazza finanziaria ticinese”
e che
“con l’operazione del 27 ottobre, le banche svizzere in Italia sono state vittime di un atto discriminatorio”
ha deciso di nominare l’Avvocato Renzo Respini come consulente politico.
I suoi compiti non sono ancora chiari, ma l’impressione è che dovrà cercarseli da solo.
Come abbiamo denunciato, la Svizzera è totalmente sguarnita in Italia.
Il posto di ambasciatore è vacante da mesi e nessuno si è sognato di colmare questo vuoto, malgrado la tempesta in arrivo.
Inoltre gli Svizzeri non sanno comunicare in Italia e la SSR SRG Idée Suisse (cioè il potente organo radiotelevisivo nazionale) ha sempre snobbato l’idea di sviluppare una presenza massiccia a sud del Ticino.
Infine, a causa dei problemi linguistici e del fatto che ai ticinesi (come ai siciliani) piace fare gli affari loro, il Ticino non è ascoltato a Berna.
Di conseguenza all’arrivo della difficoltà e della paura di perdere decine di migliaia di posti di lavoro, il Ticino si è trovato sguarnito tanto a Sud come a Nord.
Renzo Respini dovrà innanzitutto separare il grano dal loglio: cioè catalogare i problemi veri eliminando i piagnistei propri della minoranza ticinese (come di tutte le minoranze).
Poi dovrà portare questi problemi in Consiglio federale.
È verosimile che ci sarà una terza fase; il Consiglio federale chiederà a Renzo Respini cosa propone.
La quarta sarà il piano per uscire dalla crisi e non è detto che Respini non sia ancora della partita.
Renzo Respini è l’uomo migliore per questi compiti.
Al centro della vita politica per molti anni sia nel Governo cantonale che nel Senato federale, ha avuto l’intelligenza di ritirarsi dal primo piano della scena pubblica alla scadenza dei suoi mandati, guadagnando in questo modo una grossa indipendenza.
Ha mantenuto incarichi tecnici di prestigio come l’AlpTransit, e come ex Consigliere d’Amministrazione della Banca del Gottardo conosce la problematica dei soldi degli evasori fiscali italiani che hanno contribuito alla ricchezza del Ticino.
È quindi persona competente indipendente ed ascoltata. Quello di cui abbiamo assolutamente bisogno.
Lo Stato italiano ha deciso di aumentare la pressione sulle banche svizzere per “chiudere la caverna di Ali Babà”.
Dopo lo scudo fiscale, gli autovelox finanziari alla frontiera che schedano (in violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) gli italiani che si recano in Svizzera, questa settimana la guardia di finanza ha effettuato una massiccia perquisizione di tutte le 76 filiali italiane di banche svizzere.
A questo punto (finalmente) le autorità ticinesi pubbliche e bancarie si sono svegliate e hanno cominciato a informare il governo centrale.
Fioccano le proposte di misure di ritorsione contro l’Italia.
La più inflente stampa svizzero tedesca tenta ora di capire cosa sta capitando.
Ecco il sunto di alcune interviste, fra cui la nostra, apparso sul quotidiano zurighese Tagesanzeiger.
Picchiare la Svizzera è lecito, e non si rischia nemmeno la ritorsione di un pizzicotto, dicevamo.
Lo stesso giorno (oggi) in cui il Presidente della Confederazione Svizzera Hans Rudolf Merz – il medesimo che invece di alleviare la sorte degli ostaggi svizzeri in Libia l’ha aggravata con una serie di mosse diplomatiche avventate - dalle colonne del Sole24Ore affermava di non voler fare nulla per proteggere la piazza finanziaria svizzera, il Ministro del tesoro italiano Giulio Tremonti ha scatenato la Guardia di finanza contro le filiali di banche svizzere in Italia e contro gli istituti di credito che collaborano con esse.
Tuttavia il Presidente Merz non se ne va.
La politica nella svizzera-tedesca è un arte cortese, e nessun Ministro viene licenziato prima di aver trovato la strada per permettergli un’uscita onorevole e onorata.
In Svizzera l’opposizione non c’è: tutti i partiti – a parte i gruppuscoli – sono integrati nel governo con propri Ministri. Quindi nessun partito di governo fa pressione sui Ministri degli altri, per non subire condizionamenmti nelle scelta dei propri Ministri.
Questo processo arrischia però di mantenere al governo dei “cadaveri politici” come il Presidente Merz. Già di natura poco avvezzo alla scelte coraggiose, si è ora anche ammalato e sa che l sua carriera politica volge al termine.
In questa situazione è ovvio che non abbia più né la forza, ne la voglia, tantomeno lo spirito per scelte importanti. E intanto gli altri Paesi ne apprfittano per metere in atto i loro “legittimi soprusi”.
Si tratta di una “prima mondiale” e di una fishing expedition, la cui possibilità è sempre stata negata dai politici governativi svizzeri.
Ma contrariamente a quanto detto da Fulvio Pelli, il Presidente del Partito Liberale-Radicale Svizzero, la calma del Presidente Merz non deve essere confusa per saggezza, tantomeno per “strategia a lungo termine”.
La realtà è che questo uomo anziano e malato (sia detto senza nessuna ironia, ma con compassione) non ha nessuna idea di cosa fare; ex uomo UBS assurto a Ministro nei momenti calmi e normali della Svizzera, ha amministrato il Paese da buon contabile svizzero-tetesco onoesto, raramente uscito dall’opulenta regione zurighese.
Non conosce l’Italia.
La realtà è ben peggio di quella descritta dai media: i disoccupati sono veri e i deficit di bilancio si fanno sentire sulla pelle di motissimi cittadini.
Poi gli italiani sanno arrangiarsi; un po’ con la famiglia, un po’ perchè tutti continuano a farsi pagare in nero (dal muratore al dentista allo psichiatra al ristoratore al chirurgo) e le tasse si pagano poco (gli accertamenti nel cosiddetto paradiso fiscale svizzero sono ben più minuziosi – e non uno yaght, ma una semplice Mercedes ti fa già trovare l’ispsttore fiscale sotto casa), gli italiani riescono ad attutire i colpi dela crisi.
I problemi di Tremonti sono drammatici, e la Svizzera con il suo governo molle, rappresenta il ventre molle contro il quale gettarsi lancia in resta.
Gli investitori italiani che terranno duro e non si lasceranno spaventare dalle contingenze, alla fine guadagneranno comunque a lasciare i loro soldi in Svizzera.
Dopo tanto martellare, è innegabile che anche l’immagine della Svizzera cominci a mostrare qualche crepa.
Questa domenica siamo intervenuti anche noi sulla stampa cartacea con un’articolata presa di posizione intitolata ”SEGRETO BANCARIO. UNA SOLA SOLUZIONE. LA COSTITUZIONE” .
È nostra opinione che la Svizzera si stia facendo male da sola.
E questo male discende da uno scadimento della qualità degli uomini politici che siedono nel governo centrale (Consiglio federale) e nei governi cantonali.
Non è qui la sede di chiederci come mai moltissime “teste d’uovo”, che un tempo consideravano la politica come un trampolino di lancio (in Svizzera i politici non sono professionisti, salvo i membri degli esecutivi), oggi se ne tengano alla larga.
Resta che, sia a livello federale che in molti cantoni, mancano dei veri leader all’altezza della situazione.`
Tutti sono ripiegati su sè stessi a difesa della propria porzione di potere, poco importa se sta arrivando la valanga.
Davanti agli attacchi sproporzionati e spropositati dei Paesi vicini e degli Stati Uniti, siamo soltanto capaci a fare concessioni e a mostrarci deboli.
Qui sotto alcuni stralci del nostro intervento
Oggi la Svizzera è oggetto di attacchi malvagi da parte delle nazioni vicine, come mai era capitato dall’invasione di Napoleone del 1798.
In primavera, dopo aver minacciato che “contro la Svizzera non dobbiamo usare solo la carota, ma anche il bastone”, un Ministro del governo germanico ha paragonato gli svizzeri agli indiani che “se la facevano sotto davanti al settimo reggimento della cavalleria di Yuma”.
Molti hanno notato che se il medesimo Ministro si fosse espresso con questi toni contro la Turchia, Israele o il Marocco sarebbe stato accusato di fomentare l’odio, il razzismo, l’antisemitismo o lo “scontro di civiltà”, mentre a causa del paragone con gli indiani avrebbe subito il rimprovero di apprezzare il genocidio. Alla fine sarebbe stato costretto a scusarsi dagli stessi membri del suo stesso governo.
Il Consiglio federale invece non ha reagito. Ha chiamato a colloquio l’ambasciatore germanico che non si è per nulla distanziato dal suo Ministro, mentre la Presidente del Consiglio Nazionale Chiara Simoneschi-Cortesi si è addirittura scusata con la Germania (sic) per le repliche poco cortesi di un nostro Consigliere Nazionale.
La mancata reazione del nostro governo ha scatenato la stampa internazionale che ha descritto la Svizzera come un “nemico interno” per fortuna stretto nella tenaglia di Europa e Stati Uniti.
La Svizzera è stata pitturata come un Paese di “indiani che cantano lo jodel sulla fortezza delle alpi”, fra gli “gnomi sazi del lago di Zurigo [che] difendono il loro segreto bancario parassitario, e l’esistenza di un intero paese che fa da cassaforte al denaro sporco dei dittatori”.
Il segreto bancario svizzero
Sul segreto bancario si possono avere opinioni diverse.
Due cose però non si possono contestare.
Da una parte, ci sono Paesi che praticano un segreto bancario più impenetrabile di quello svizzero senza che nessuno abbia qualcosa da ridire.
Ancora oggi a Londra e nelle isole dei pirati – Isole Cayman, Isola di Man, Isole del Canale della Manica – certe banche permettono l’apertura di conti totalmente anonimi. Persino negli Stati Uniti c’è la possibilità di aprire società off shore come paravento per investitori segreti.
D’altra parte, il segreto bancario svizzero è stato più volte adeguato alla necessità di combattere il denaro sporco e le nostre banche lottano attivamente contro la criminalità economica.
Fuoco sulla Svizzera!
Visto che si può sparare ad alzo zero contro la Svizzera senza subire nemmeno un pizzicotto, l’esempio germanico è stato subito seguito dalla Francia e dall’Italia.
Il Ministro francese del budget ha minacciato gli Svizzeri che la mancata soppressione del segreto bancario “vi costerà molto cara”, aggiungendo che la Francia non farà marcia indietro.
Alla Francia si è aggregata l’Italia, dove il Ministro del Tesoro ha ridicolizzato la Svizzera paragonandola alla “caverna di Ali Babà” e le nostre banche ai “40 ladroni”.
E siccome nello sport di chi la spara più grossa l’Italia non si è mai tirata indietro, ecco che i nostri confini sono stati posti sotto assedio da un esercito di videocamere della guardia di finanza.
La verità fa male
È inutile che i nostri politici facciano finta di nulla.
La realtà è che a causa delle continue umiliazioni senza risposta, ogni giorno un esercito scoraggiato di funzionari di banca di Lugano riceve una moltitudine di clienti italiani spaventati, che chiede il rimpatrio dei capitali. Non per beneficiare delle agevolazioni fiscali dello scudo Tremonti, ma perché sono convinti che il segreto bancario crollerà del tutto e che i loro nomi saranno pubblicati su internet a disposizione delle autorità fiscali del mondo intero.
(…)
Che fare
In mezzo a questo mare di parole, l’unica cosa concreta che c’è in Svizzera è la nostra iniziativa costituzionale per ancorare il segreto bancario nella costituzione.
Occorre raccogliere al più presto le 100′000 firme necessarie.
Gli avversari rispondono che l’iniziativa non serve a nulla, poiché le pressioni di Germania, Francia, Italia e degli altri paesi dell’OCSE non diminuiranno a causa si un voto popolare puramente interno.
È vero solo in apparenza.
Innanzitutto l’iniziativa costituzionale ha il pregio di vincolare su una chiara linea d’azione al Governo federale e il nostro Consiglio di Stato.
Inoltre permette alle nostre autorità di negoziare con i paesi stranieri in una posizione di forza. Saranno obbligate a dire che il loro “popolo sovrano” ha fissato precisi paletti, oltre ai quali non possono andare.
Infine, l’iniziativa costituzionale obbligherà autorità, industriali, banchieri e sindacati a dire chiaramente cosa vogliono. Vogliono mantenere la Svizzera con le sue peculiarità, fra le quali la difesa della sfera privata (anche finanziaria) in modo onesto e rispettoso degli altri paesi?
Oppure preferiscono liquefarsi in un sistema giuridico Europeo (la periferia di Milano per noi ticinesi) favorevole alla libertà assoluta degli scambi, ma giocoforza sottoposto a una miriade di schedature militaresche?
Luca Soncini è Direttore generale PKB Privatbank e insegna Banking & Finance all’Università di Lugano. Con un’antica militanza nel giornalismo economico, non ha mai smesso di interrogarsi e di interrogare l’economia, la Svizzera e il suo mestiere.
Il 20 ottobre ha risposto all’ambasciatore Sergio Romano che aveva rotto il tabu di lodare la Svizzera.
La sua posizione si presta certamente a qualche critica, ma ha il pregio di essere la fotografia disincantata della Svizzera del prossimo futuro. Con un pizzico di ottimismo e tanta aria fresca.
Una posizione certamente meno provinciale di quella del Presidente PLR Fulvio Pelli che, per rispondere a Sergio Romano sulle colonne del Corriere della Sera, ha pensato bene di insegnare al governo italiano come si governa …l’Italia.
Ma ecco cosa scrive Luca Soncini
La qualità e l’autorevolezza delle analisi dell’ambasciatore Sergio Romano sono note e indiscusse, ma nell’articolo di domenica 18 ottobre sulla prima pagina del «Corriere della Sera» (Svizzera: se ne può parlare male? Sì) mi sembra che sia un po’ scivolato sulle conclusioni. Nulla da eccepire sulla lettura storica, cui farei solo un’aggiunta: la Svizzera e il Ticino hanno beneficiato – come rileva il professor Romano – dello sviluppo economico del dopoguerra di quell’incredibile bacino di produzione di ricchezza che è stato soprattutto il Nord Italia, ma hanno anche rappresentato un rifugio sicuro per persone e patrimoni di quello stesso bacino che, volendo reagire, cercavano di ripararsi da fenomeni quali le continue svalutazioni della lira, la forte inflazione, l’instabilità politica, l’insicurezza giuridica, i terrorismi di vario colore, i rapimenti. Si è, insomma, verificata una classica winwin situation in cui la componente fiscale ha sì giocato un ruolo, ma non determinante.
Ora, se è vero che per tanti svizzeri gli ultimi mesi di ostilità hanno costituito un brusco e amaro risveglio, non si può però concludere, come fa Sergio Romano, che «quando i suoi critici hanno messo in discussione il segreto bancario, la risposta della Confederazione è stata un’ostinata battaglia di retroguardia». In realtà lo stesso concetto di «segreto bancario», seppur ancorato in un articolo della nostra Legge sulle banche che ne chiarisce i contorni penali ove violato, ha conosciuto mutamenti e adeguamenti nel tempo. L’ultimo, di chiara rilevanza internazionale, risale alla fine degli anni ‘90, quando la Svizzera, anche su pressioni politiche ed etiche esterne, stabilì che la sua piazza non si sarebbe (più) prestata a qualsivoglia uso da parte di persone e/o organizzazioni che si fossero resi colpevoli di reati di natura penale. Il segreto, da allora, cadde di fronte alle esigenze di inchieste di carattere penale, riconosciute tali per il diritto svizzero. La Svizzera non ha più smesso di lanciare un messaggio forte e chiaro: il nostro Paese, il nostro sistema finanziario, le nostre banche, non si vogliono far utilizzare in alcun modo dalla criminalità, da quella di Stato (caso Marcos, caso Abacha), come da quella individuale.
Gli standard compliance e antiriciclaggio introdotti oramai da un decennio in Svizzera hanno fatto scuola, tanto che, gradualmente, sono stati adottati dai principali Paesi (piazze finanziarie off e onshore), tra i quali, solo recentemente, anche l’Italia. L’unica critica che ho sentito in questi anni da alcuni magistrati è stata circa i tempi di evasione delle rogatorie penali, ma è facile rispondere, per chi conosce la puntigliosità elvetica, che il più delle volte si trattava di gestire la sommarietà di talune inchieste svolte all’estero.
Il mondo continua a cambiare e con esso il concetto di segreto bancario.
Nel 2001 l’introduzione delle regole Qualified Intermediary fissate dal fisco USA, nel 2005 l’euroritenuta e poi gli accordi di collaborazione tra autorità di sorveglianza dei mercati. Tanti cambiamenti, qualche errore (come il contenuto e l’applicazione dell’accordo bilaterale Svizzera-UE sulla tassazione del risparmio).
Poi il botto di questi mesi: mutamenti epocali, e può darsi che non tutti gli svizzeri se ne siano accorti (magari i leghisti cui si riferisce Romano), ma non penso che sia in gioco la credibilità di un Paese.
È in gioco certamente il posizionamento della Svizzera nel contesto europeo ed internazionale e per quanto attiene al segreto bancario la decisione è praticamente già presa: il cursore si sposta ancora un pochino e si collaborerà anche nel caso di precise, documentate e specifiche inchieste fiscali. In quei casi, il segreto bancario cadrà. La crisi della finanza, la crisi economica, la grande e nuova sete dei Governi di fondi per finanziare il salvataggio delle banche e la ripresa dell’economia (e che non può certo essere soddisfatta con un aumento delle tasse all’interno) e le pressioni politiche (il G20 del 2 aprile a Londra ha scritto, pare su pressione di Sarkozy, «The era of banking secrecy is over») hanno accelerato un processo che è in corso da oltre 10 anni, guidato dal Global Forum on Transparency and Exchange of Information dell’OCSE, e che inevitabilmente ci costringe (banche, politica, diplomazia) a continui mutamenti per salvaguardare un nostro Business che si vuole caratterizzato dalla discrezione, dalla performance, dalla serietà e dalla solidità. Parlo dell’attività bancaria svizzera, specie la gestione di patrimoni privati e istituzionali, che esiste da oltre 200 anni e vorrà continuare ad esistere.
Non c’è, nei più, nessuna linea Maginot; anzi, c’è una gran voglia di riposizionarsi, di affermarsi in questo grande mercato mondiale dove la componente onshore, perlomeno nei Paesi occidentali, tende a crescere maggiormente.
Non è un caso, al riguardo, che molti dei rimpatri nell’ambito dello scudo ter vogliano continuare ed essere gestiti come prima, dalle stesse persone e istituzioni.
Ma alla luce del sole. È una delle risposte, non di retroguardia, date in queste settimane dalla Svizzera.
Gli animi si scaldano sui rapporti finanziari tra Italia e Svizzera riguardo allo scudo fiscale.
Sono soprattutto i ticinesi che si agitano; la piazza finanziaria di Lugano è in effetti gonfia di capitali italiani sottratti al fisco, più che Ginevra e Zurigo.
Tuttavia in occasione dell’ultimo scudo fiscale, i banchieri ticinesi non avevano sollevato un simile polverone, e passata la buriana avevano potuto constatare che lo scudo Tremonti avava fatto molto meno male di quanto temevano.
Gli italiani, che notoriamente non si fidano del loro Stato, avevano rinunciato a “scudare” la maggior parte dei loro soldi neri.
Come mai oggi invece tutta questa agitazione?
In realtà, come spesso capita, la ragione della tensione sta nel non detto, più che nel detto.
I Ticinesi si agitano perchè litigano fra di loro, e fin che litigano fra di loro il governo federale di Berna non li ascolta, tantomeno li aiuta.
La Lega dei Ticinesi e l’Unione Democratica di Centro hanno lanciato un’iniziativa costituzionale volta ad ancorare, attraverso un voto popolare, la protezione del segreto bancario nella costituzione federale.
Ci vogliono 100′000 firme e la raccolta procede bene.
Questa iniziativa – che abbiamo redatto noi su mandato degli iniziativisti - per ragioni di politichetta e di campanilismo partitico è stata accolta con freddezza dai partiti storici concorrenti (Liberali-radicali, Democristiani e Socialisti).
Sostenuta dai comuni di Lugano e Chiasso è stata avversata da Locarno e Mendrisio.
L’Associazione Bancaria Ticinese (ABT) l’ha sostenuta obtorto collo, mentre il Consiglio di Stato (governo cantonale), non sapendo che pesci pigliare, ha convocato in fretta e furia una riunione.
Polvere negli occhi poichè, non essendo stata preparato, l’incontro è sembrato una pagliacciata-alibi: l’ABT, per non doversele sentire cantare dal bollente leader leghista, ha preteso di essere ricevuta da sola; il Municipio di Lugano, non riuscendo a trovare una posizione comune, si è presentato in corpore, cosicchè ogni municipale si è concentrato sul modo di apparire come protagonista nell’intervista del dopo-incontro.
Il giorno successivo Claudio Generali, presidente dell’ABT e della Radio- Televisione della Svizzera italiana (RSI), ha tranquillamente dichiarato che il Consiglio di Stato non può fare nient’altro che scrivere una lettera a Berna.
Il Sindaco di Lugano ha aggiunto che ormai il Ticino è cambiato per sempre…
Poi l’ABT ha chiesto un incontro con Hans-Rudolf Merz, il Presidente della Confederazione che afferma di avere perso la faccia, la Lega dei Ticinesi ha chiesto a Umberto Bossi di reprimere Tremonti, e Fulvio Pelli ha chiesto di rispondere a Sergio Romano sul Corriere della Sera.
Sergio Romano ha apostillato la lettera di Fulvio Pelli notando che il destinatario della missiva non era lui, ma il Ministro Tremonti.
Il fatto è che Fulvio Pelli è un’anatra zoppa; recente candidato al Consiglio federale (il governo centrale svizzero) è stato scartato persino dal Partito Liberale-Radicale Svizzero, cioè dal partito di cui è Presidente…
Se deve ricorrere a una lettera sul Corriere della Sera per parlare con il Ministro Tremonti, significa che il suo peso politico è ormai tendente a zero. Del resto, fra i liberali-radicali svizzero-francesi e svizzero-tedeschi è opinione comune che Fulvio Pelli sia un peso morto, e in assenza di sue dimissioni, stanno studiando un modo indolore per sbarazzarsene.
Questa è la ragione dell’agitazione degli uomini forti del cantone Ticino: lottando tutti contro tutti per mantenersi a galla, non riescono a fare fronte comune per difendere il loro Paese.
Quando non c’erano questi problemi personali, non c’era bisogno di scalpitare pubblicamente per fronteggiare l’affamato ministro Tremonti.
Intanto filtra la notizia che il Ministro Tremonti ha contrattaccato denunciando al Consiglio federale il continuo aggiramento dell’accordo sull’Euroritenuta da parte delle banche svizzere.
Piaccia o no, il Ministro Tremonti ha la matematica dalla sua parte.
Abbiamo fatto i furbi e ci siamo tirati addosso mezza Europa. Lo abbiamo dimostrato già il 16 giugno 2009.